Quando la realtà diventa un incubo

Nella vasta gamma delle emozioni che fanno parte degli esseri umani c’è in prima posizione la paura, il sentimento che per eccellenza ci mette in guardia dai pericoli e ci spinge ad adottare delle precauzioni per la sopravvivenza. Quando ci sentiamo in pericolo azioniamo un ormone che si chiama “adrenalina” e che ci spinge a cambiamenti fisici e mentali per preparaci all’azione.

Se solo pensassimo ai nostri avi un momento, ci verrebbe in mente di quanto la paura fosse loro utile per fuggire da animali selvatici o per difendersi da altri esseri ostili.

Oggigiorno i pericoli son ben altri, fino a qualche settimana fa la paura era rivolta alla perdita del lavoro piuttosto che ad un cambiamento di vita, ora è nei confronti di un virus che non si può vedere ma che ci tiene costretti in casa per la sua rapida contagiosità.

Tuttavia il pensiero e le reazioni comportamentali rimangono le stesse dei nostri antenati, quella paura ci aiuta a stare in guardia, ma in questo contesto rischia di divenire un problema serio.

Se vissuta in maniera esagerata o fuori controllo, la paura può abbassare notevolmente la nostra lucidità e soprattutto il nostro sistema immunitario.

L’ostilità nei confronti del prossimo, l’esasperazione della fila al supermercato, l’aggressività espressa sui social nei confronti di terze persone, non allevierà il senso di impotenza che ci sta immobilizzando per cause maggiori. La paura è dunque naturale all’interno del nostro sistema umano, ma non quando diviene cronica o eccessiva.

Come possiamo accorgerci che stiamo andando oltre il limite sano di questa emozione?

Le sensazioni corporee, in questo caso, sono più fastidiose: tensioni muscolari, mal di testa, respiro affannoso e a volte debolezza e disturbi gastrointestinali che arrivano fino alla nausea.

A livello psicologico possiamo avere la capacità di aumentare le nostre qualità di problem-solver, ossia concentrarci sui vari aspetti del problema e affrontarli. Spesso però ci assalgono tensione e irritabilità e dalla possibilità di intervenire lucidamente passiamo a “catastrofizzare” ogni evento, come se non esistesse più nulla oltre quello.

Rischiamo cosi di focalizzarci esclusivamente su ciò che temiamo: ho un dolore al petto, questa sensazione è insopportabile; mi gira la testa; forse ho la febbre e cosi via. Ed è in questo modo che teniamo costantemente alto lo stress, aumentando disagio e preoccupazioni, ma soprattutto smettendo di vivere.

Se persiste questo comportamento interno saremo preda dell’ansia e quindi chi fuma aumenterà la quantità di sigarette, chi mangia in maniera disordinata peggiorerà la qualità del cibo, ecc..

Tutto ciò aumenterà una stanchezza cronica e attiverà un circolo vizioso.

Cosa possiamo fare per diminuire questo stato di paura?

La prima cosa che merita attenzione è l’analisi della situazione che stiamo vivendo e di conseguenza i pensieri automatici che si attivano e che ci portano a provare certe emozioni.

A questo punto mettiamo in discussione tutto ciò che pensiamo in automatico e poniamoci semplici domande:

  • Cosa temo?
  • Cosa mi genera paura esattamente?
  • Quale pericolo corriamo?

Sarebbe utile scrivere le risposte in modo da avere la possibilità di rileggere ciò che abbiamo affermato. Il passo successivo è: ACCETTAZIONE, abbiamo bisogno di accettare ciò che sta accadendo. Si tratta di qualcosa che si spinge oltre le nostre possibilità di azione, ciò che possiamo fare attivamente è rimanere lucidi, presenti, è occuparci di ciò che abbiamo trascurato fuori e dentro di noi, è chiamare qualcuno per dargli ascolto: perché è solo, più fragile, più anziano o più spaventato e non ce ne rendiamo conto.

Non vogliamo dire di nascondere quello che sta succedendo, ma di accoglierlo per ciò che è, e fare del nostro meglio per contribuire al benessere di ogni singola vita.

Restare a casa!

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Il potere della Parola

 

Quello che conta nella vita non sono le circostanze o gli episodi che ci accadono, ma le emozioni che trasmettiamo attraverso le parole.

La parola è dunque uno strumento e le emozioni “l’umanità” di ogni persona.

L’uomo attira a sé ciò che dice e ciò che pensa ma il più delle volte non ne è consapevole, non sa quindi che le parole sono come un esplosivo da maneggiare con cura e saggezza. Questo vuol dire che, imparando a sfruttarne la forza evocatrice, possiamo raggiungere qualsiasi obiettivo partendo proprio da loro, dalle parole.

Al contrario esse possono pesare come macigni e lasciare tracce indelebili se usate per avere ragione o spuntarla nelle situazioni che ci si presentano nei rapporti interpersonali. In una conversazione, la parola ha il potere di condizionare i sentimenti dell’interlocutore in maniera sana o insana, creando empatia o dolore e rancore. Per amplificare la nostra capacità discorsiva, dovremmo abituarci a termini con valore positivo come: opportunità, crescita, soluzione e cosi via.

Il pronome “noi” e l’aggettivo nostro evocano un senso di appartenenza mentre l’uso del presente trasmette un senso di realtà.

Sembrerà strano ma prima di pronunciare una parola bisognerebbe accoglierla, significa dunque porsi anzitutto come buon ascoltatore per creare un’atmosfera di empatia e accettazione. Le ipotesi e le supposizioni sono nemici di un dialogo autentico e aperto! Dietro ad ogni parola c’è quindi ben oltre che la semplice successione di suoni e segni che la compongono. Ognuna di esse, per essere significante, deve essere inserita in un contesto di cui si hanno ben chiari i confini.

Chi è forte di una ricca terminologia riesce ad esercitare maggiore potere, ad avere maggiori possibilità di successo, più efficaci possibilità di difesa.

La parola si presta a diventare strumento di persuasione ma anche di subordinazione nel veicolare azioni e idee e proprio per questo può rendere gli esseri umani profondamente diseguali.

Dato che, attraverso le parole spieghiamo noi stessi e il mondo (che impariamo a gestire per i nostri scopi) ancor più la parola deve contenere la presenza di una dimensione etica in chi la utilizza. Questo ultimo è il requisito indispensabile per un utilizzo in senso comunitario, quello più coerente al concetto stesso di comunicazione.