La comunicazione efficace nell’era digitale: come dominare l’innovazione e non farsi soggiogare dall’hashtag #.

IL WEB: VERO MOTORE DELLA COMUNICAZIONE EFFICACE. UNA GRANDISSIMA OPPORTUNITA’ CHE CI PERMETTE DI SVILUPPARE AL MEGLIO I CONTENUTI CHE VOGLIAMO INSERICI E FARE BUSINESS, ATTUANDO, NEL MIGLIORE DEI MODI, STRATEGIE DI COMUNICAZIONE ADEGUATE.

La Comunicazione è un processo in cui esistono schemi fondamentali per la fioritura delle aziende che intendono crescere.

Essa si divide in tre macro categorie:

  • Face to face: comunicazione tra due persone.
  • One-to-many: tipica delle riunioni da uno a molti.
  • Screen to face: forma di comunicazione a distanza tipica della web communication.

A seconda della propria “voce” ogni azienda, decide quale canale applicare.

Attualmente però non abbiamo molta possibilità di scegliere!

La comunicazione screen to face avviene attraverso un’interfaccia tecnologica (computer, smartphone etc.) sfruttando la rete Internet, ed è l’unica applicabile in questo contesto storico.

Ha praticamente aperto nuovi scenari e creato le basi per lo sviluppo di nuovi strumenti che, se sfruttati bene, sono in grado di potenziare l’azione di marketing per le imprese.

Ad oggi risulta essere l’unico canale comunicativo in grado di unire interattività e flessibilità nell’ambito della comunicazione commerciale, dando la possibilità di continuare a lavorare e a porsi degli obiettivi, seppure non eravamo pronti a questa modalità e ci ha colti ancora in “work in progress”.

Nella nuova era dei webinar, il consumatore diventa protagonista attivo e svolge un ruolo centrale.

Per questo, chi si occupa di comunicazione e marketing nelle aziende, deve essere in grado di gestirne ed interpretarne gli “umori”, le esigenze e le sensibilità.

L’obiettivo di marketing resta identico, cambia il metodo. I mezzi tradizionali con cui le grandi società invogliavano il pubblico attraverso l’invio di mail e messaggi non aveva già più riscontro, figuriamoci dopo un periodo epidemiologico che ci ha distanziati tutti. Il punto focale è passato dalle imprese ai consumatori, che preferiscono strategie di promozione più coinvolgenti ed apparentemente meno organizzate, inteso come struttura di “impacchettamento”.

L’affermarsi progressivo di queste tendenze non porterà alla scomparsa del marketing tradizionale ma dovrà essere integrato e intervallato con nuove strategie, orientate alla costruzione di relazioni con i clienti. Ogni funzione e processo aziendale, dovrà essere più vicino al consumatore, essere oggetto di una specifica definizione per aggiungere valore alle relazioni.

Il panorama attuale è quello che vede lo sviluppo di un’identità social dell’impresa, che diventa indispensabile per gli obiettivi a lungo termine. I social media si stanno ampliando esponenzialmente a tutti gli ambiti della comunicazione (pubbliche relazioni, pubblicità, marketing) diventando dei veri e propri strumenti per costruire la nuova realtà con una platea di persone che vengono ascoltate e con le quali si interagisce.

Il primo passo è creare un sito web, quale riferimento nella rete per il proprio seguito; il sito è diventato un asset fondamentale per dare visibilità all’azienda ed elemento imprescindibile per raggiungere i clienti.

La presenza dei social network ha permesso di compiere un secondo passaggio, consentendo alle aziende di portare la comunicazione ad un livello più dinamico, amplificando i contenuti e la portata del primo passo, ovvero del sito web. All’interno del social le persone dialogano tra loro che interagendo rilasciano un’elevata quantità di informazioni ed emozioni.

La vera difficoltà è quella di saper combinare i mezzi tradizionali e quelli digitali in modo da sviluppare un’efficace campagna di marketing.

La parola chiave è: integrazione. Integrazione di nuove strategie orientate a costruire relazioni con i clienti, strategie che sappiano racchiudere sapientemente le nuove e le vecchie caratteristiche, il cui segreto è la forte vocazione ed apertura al futuro, ovvero a quelle strategie che si realizzano giorno per giorno.

Sfruttare in modo efficace ed efficiente tali potenzialità a fini commerciali è sicuramente una sfida ambiziosa, e dal nostro punto di vista nulla è impossibile! L’importante è sempre avere chiarezza sugli obiettivi da raggiungere e sicuramente armarsi di pazienza e costanza per attendere i frutti nel medio/ lungo periodo.

“Cambia, ma inizia lentamente, perché la direzione è più importante della velocità.”

(Clarice Lispector)

Cooperazione forense: Italia-Spagna

QUANDO GLI ACCORDI DI RECIPROCA COLLABORAZIONE, DECLINANO LO SVILUPPO FORENSE, GIURIDICO, PROFESSIONALE E CULTURALE DEL CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI.

Rapporti Bilaterali, Accordi di Cooperazione e Gemellaggi: la risposta del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma.

Global Service co Ites Avvocato

Il 31 gennaio 2020 è stato firmato un protocollo d’intesa che prevede il gemellaggio tra l’Ordine degli Avvocati di Roma e l’Illustre Collegio degli Avvocati di Barcellona. In realtà il Coa di Roma, non è nuovo a questa tipologia di accordi, nel tempo ha sempre dimostrato una certa apertura, per la crescita, lo scambio e l’arricchimento dei propri iscritti.

Come pure bisogna rilevare, che anche altri Coa in Italia e lo stesso Consiglio Nazionale Forense italiano (CNF) hanno da sempre sensibilizzato lo scambio e la collaborazione tra Consigli dell’Ordine degli Avvocati non solo in ambito dell’Ue ma anche con Paesi extra UE.

Per ricordarne uno tra i tanti il Consiglio Nazionale Forense partecipa al progetto “TRALIM – Training of Lawyers on European Law relating to Asylum and Immigration” in partenariato con il Consejo General de la Abogacía Española (Spagna), la Law Society of Ireland (Irlanda), la Athens Bar Association (Grecia) e la Krajowa Rada Radcow Prawnych (Polonia). Il progetto, coordinato dalla European Lawyers Foundation (Fondazione del Consiglio degli Ordini Forensi europei – CCBE), è finanziato dalla Commissione europea (DG Justice) con l’obiettivo di formare 130 avvocati provenienti da 5 diversi Stati membri (Italia, Spagna, Grecia, Irlanda e Polonia) in materia di diritto europeo della migrazione e dell’asilo.

La cooperazione stretta tra i Coa (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati) a livello extra territoriale, in questo contesto viene inquadrato come risposta concreta a determinate e specifiche esigenze e necessità comuni al mondo dell’avvocatura.

Tornando al gemellaggio tra Coa di Roma (Italia) e Coa di Barcellona (Spagna), è proprio all’inizio del 2020 che viene sancita – o meglio rafforzata, visto che già in passato ci sono state iniziative similari con altri Fori spagnoli – la cooperazione tra Italia-Spagna, per opera della Decana (Presidente) dell’Illustre Collegio degli Avvocati di Barcellona Eugènia Gay Rosell ed il Consigliere del Consiglio Nazionale Forense Isabella Maria Stoppani per il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma.

Il protocollo d’intesa ha come obiettivi principali quelli di:

  • Permettere agli Avvocati di entrambi i Fori di comprendere nelle migliori condizioni, le relazioni giuridiche sempre più complesse e diversificate generate dalle reazioni economiche di ambi i Paesi e dalle relazioni sociali dei cittadini;
  • Migliorare il servizio prestato agli utenti/fruitori del diritto spagnolo e del diritto italiano attraverso una migliore reciproca conoscenza dei sistemi giuridici e giudiziali di ambi i Paesi;
  • Sviluppare relazioni “fraterne” e di amicizia tra gli Avvocati di ambi i Fori professionali.

 

Le comuni finalitá sopra menzionate (e riportate nell’accordo) vogliono rispondere alle necessitá professionali volte a:

  • Favorire le relazioni tra ambi i Collegi degli Avvocati, principalmente attraverso una mutua informazione per ciò che riguarda i profili etici e di deontologia professionale, quali regole fondamentali della professione, nonchè l’organizzazione e la formazione professionale;
  • Assicurare una promozione duratura nel tempo attraverso incontri tanto sotto il profilo personale, quanto nell’ambito professionale degli Avvocati di entrambi i Fori;
  • Permettere l’adozione di posizioni ed iniziative comuni per cio che concerne le questioni relative alla difesa degli interessi comuni propri della professione o qualsiasi altra questione che richiede le medesime caratteristiche.

Questo è il contesto in cui si sviluppa il protocollo d’intesa tra Roma e Barcellona, volto ad adottare elementi comuni per la collaborazione. In primisi lo scambio reciproco, constante e continuo di punti di vista, pareri, ed infromative relative all’esercizio della professione, alle norme professionali degli Avvocati e alla relativa organizzazione. Le informazioni reciproche dovranno riguardare anche l’evoluzione normativa in materia fiscale, sociale e riguardante l’esercizio della professione nei rispettivi ambiti nazionali di competenza.

Si è riservata una attenzione particolare al sostegno delle “giovani leve”, al fine di favorirne particolarmente lo scambio attraverso soggiorni e tirocini negli studi legale dell’uno e dell’altro Foro.

È stato previsto un impegno solenne, per lo scambio leale di tutte quelle informazioni relative a favorire in modo sano la reciproca assistenza per le questioni afferenti lo stabilimento degli Avvocati e degli Abogados nei rispettivi Stati, conformemente alla disciplina deontologica e professionale di ambedue i Paesi.

Nell’art. 1 del presente protocollo, proprio per creare una autentica e reale sinergia, viene prevista l’istituzione di un incontro annuale, con il mutuo impegno di decidere con un anticipo di 3 mesi gli argomenti da trattare nella riunione. 

Ciascuno dei due Fori si impegna a designare un Delegato il quale assicurerà lo scambio continuo con il Delegato dell’altro Collegio. Le reciproche comunicazioni saranno mensili e verteranno su notizie che si ritengano rilevanti e di interesse per l’altro Collegio.

 

Non possiamo non ricordare, che ad oggi in capo al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma risultano in essere anche altri accordi, meritevoli di interesse e volti a nostro avviso ad implementare il dialogo costante tra Stati, al fine di sviluppare una reciproca collaborazione forense, giuridica, professionale e culturale. I protocolli in essere hanno l’obiettivo di intraprendete e sviluppare i rapporti bilaterali attraverso la realizzazione di progetti di collaborazione che possano essere di reciproco interesse da sviluppare attraverso l’accordo di cooperazione e gemellaggio, concordando lo svolgimento di attività congiunte nei termini ed alle condizioni stabilite nei rispettivi protocolli.

Riteniamo che queste formule di scambio, si rivelino preziose per la crescita e la formazione del professionista in ambito forense. Il valore inestimabile dell’arricchimento che produce sotto il profilo personale e di conseguenza il riflesso diretto sulla nobile professione, fondano le basi per una comunione di intenti, che superano tempo, spazio e territorio, elevando esponenzialmente il valore aggiunto del ruolo che l’Avvocato ha nella nostra società multidisciplinare, multietnica e multidimensionale.

La libera circolazione delle professioni regolamentate.

Avvocato Stabilito ITESLA LIBERA CIRCOLAZIONE DEI PROFESSIONISTI IN EUROPA: SEGNALE DI UNA INTELLIGENTE ORGANIZZAZIONE IN UN MONDO GLOBALIZZATO, CHE VUOLE INCENTIVARE LA LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE PERSONE ED IL CONCETTO DI CITTADINANZA EUROPEA.

Riflessioni tra falsi miti, polemiche, realtà e normative applicate allo “strano caso” degli Avvocati italiani che conseguono il titolo professionale in altro Paese dell’UE.

Se volessimo identificare quattro libertà su cui sta investendo – e quindi su cui si basa – la politica europea potremmo menzionare:

  1. la libera circolazione delle merci che prevede la soppressione delle barriere doganali e il conseguente libero trasporto delle merci tra gli Stati membri;
  2. la libera circolazione delle persone che ha abolito tutte le formalità doganali tra gli Stati membri a carico dei cittadini comunitari in transito e ha dato la possibilità ai lavoratori, sia essi subordinati che autonomi, di svolgere un’attività lavorativa sul territorio di qualunque Stato membro;
  3. la libera prestazione dei servizi che si riferisce alla possibilità di fornire prestazioni retribuite in uno Stato membro diverso da quello di stabilimento;
  4. la libera circolazione dei capitali in virtù della quale si è avuta la completa liberalizzazione valutaria e l’integrazione nel settore dei servizi finanziari.

La  libertà di circolazione delle persone consiste nel diritto dei cittadini dell’Unione “di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri” (art. 18, comma 1, TCE), indipendentemente dall’esercizio di un’attività lavorativa. Tale diritto è espressione della cosiddetta cittadinanza dell’Unione europea, formalmente introdotta dal Trattato di Maastricht che ha aggiunto al Trattato istitutivo della comunità europea una parte seconda (artt. 17-22) rubricata “Cittadinanza dell’Unione”. In particolare l’art. 17, comma 1, TCE dispone quanto segue: “è instituita una cittadinanza dell’Unione. E’ cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro. La cittadinanza dell’Unione costituisce un completamento della cittadinazna nazionale e non sostituisce quest’ultima”.

Al possesso della cittadinanza dell’Unione si accompagnano i seguenti diritti:

  • la libera circolazione delle persone
  • la libera circolazione dei lavoratori
  • il diritto di stabilimento
  • la libera prestazione dei servizi

In tale ottica è stata introdotta la previsione di un processo di trasparenza attraverso il quale ogni Stato deve esaminare tutta la propria regolamentazione delle professioni per verificare che sia non discriminatoria, proporzionale e basata su un motivo imperativo di interesse generale.

L’obbiettivo è quello di ridurre la regolamentazione dei servizi professionali che non rispetta tali criteri, considerata una delle cause di maggiore ostacolo alla mobilità dei professionisti e, conseguentemente, alla crescita economica e allo sviluppo dell’occupazione.

Chiaramente la libera circolazione favorisce e si traduce in: libera concorrenza, tutela del consumatore/cliente e tutela del profesionista stesso. Forse è proprio qui che – possiamo sommessamente ipotizzare – risiedono alcuni “malumori”, che negli anni hanno contribuito a generare un senso di “minaccia” piuttosto che stimolo ad aggiornarsi ed accettare l’evolversi dell’accesso professionale.

Una parte di quello che potremmo definire il “sistema forense” pur riconoscendo i principi sopra esposti come giusti e corretti, tuttavia ha rilevato che negli ultimi anni ci sia stata un’applicazione distorta ritenendo che molti laureati in giurisprudenza italiani, grazie a percorsi integrativi – definiti come – “agevolati”, hanno ottenuto in Spagna e in Romania l’omologazione della propria laurea italiana al corrispondente titolo spagnolo o rumeno, per poi fare ritorno in Italia e chiedere l’iscrizione nella sezione speciale degli Avvocati Stabiliti.

Un dato di qualche tempo fa rilevava che il 92% degli iscritti nelle sezioni speciali degli avvocati stabiliti degli Albi dell’Ordine Forense è di nazionalità italiana e tra questi l’83% ha conseguito il titolo in Spagna, il 4% in Romania (dati in Rassegna Forense, n. 3-4/2014, p. 793).

L’aspetto polemico di questo percorso, si riferisce a chi pone l’accento sul fatto che la predilezione per tali mete – ad avviso di alcuni – è, notoriamente, dovuta al fatto che, in quei paesi non è previsto un esame di abilitazione alla professione di Avvocato, che può essere svolta liberamente da chi si sia semplicemente laureato in giurisprudenza. Il successivo rientro in Italia come “stabilito” consentirebbe, di fatto – a detta di alcuni – di eludere il superamento dell’obbligatorio esame da Avvocato che è previsto nell’ordinamento giuridico italiano.

Tali convinzioni hanno mosso l’operato di molti Coa (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati) che negli ultimi anni – se pure a singhiozzo visto le sentenze, i pareri del CNF e la normativa – hanno, purtroppo, ripetutamente rigettato richieste d’iscrizione nella sezione speciale degli avvocati stabiliti presentate da cittadini italiani in possesso del titolo spagnolo di “abogado” o di quello rumeno di “avocat”; e ciò ha convintamente fatto leva su quello che di fatto ritengono sia basato sul c.d. abuso del diritto.

Non possiamo certo con un articolo dirimere l’annosa controversi relativa all’ottenimento del titolo di un cittadino italiano all’interno di uno dei Paesi dell’Unione Europea, ma vogliamo fornire degli spunti di riflessioni, che speriamo possano essere oggetto di appronfrondimento, sia seguendoci che consultando i riferimenti normativi e giurisprudenziali.

Siamo profondamente convinti che, uscendo dalla forma mentis nazionale (cioè definita da parametri tipici e caratteristici della propia nazione), operando un reset, quindi facendo tabula rasa per entrare nel mood europeistico, privo di confini, preconcetti, retropensieri e fatto solo di nuovi imput, di tipo inclusivo, fortemente incentivanti e volti all’implemetazione delle proprie competenze potremmo accorgerci che:

  • Tutti i paesi hanno una accesso professionale. Ogni professione qualificata e qualificante – quindi anche e soprattutto la figura dell’Avvocato – è frutto di uno studio universitario, un percorso settoriale con una prova d’esame attitudinale finale. Il fatto che sia diverso da quello organizzato in Italia non lo rende meno serio, né di “serie B”.
  • Il problema non puó essere l’accesso professionale. Ogni Stato ha la facoltá di disciplinarlo come ritiene opportuno. Sarà poi nello stato ospitante, dove si decide di stabilirsi, che si dovrá dimostrare di avere congrue competenze, per poter essere integrati dopo i tre anni di stabilimento. Forse è il libero mercato che – sottotraccia – preoccupa e quindi ostacola l’inserimento di nuovi professionisti.
  • La Corte di Giustizia dell’Unione europea, con la sentenza depositata il 17 luglio 2014 (cause riunite C-58/13 e C-59/13, Torresi,C-58/13) legittima in concreto la pratica di qualification shopping, sulla scia della precedente sentenza del 22 dicembre 2010, Koller, causa C-118/09, ritenendo che non costituisce una pratica abusiva la condotta di un cittadino italiano che si rechi in Spagna, al fine di acquisirvi la qualifica professionale di Avvocato, facendo successivamente ritorno in Italia per esercitare l’attività professionale, con il titolo ottenuto in Spagna in cui tale qualifica professionale è stata acquisita.

In modo provocatorio per alcuni, potremo concludere che l’Avvocato Stabilito è il nuovo status quo dell’Avvocato 2.0!

La figura dell’Avvocato Stabilito: uso del titolo, prestazione professionale ed Avvocato affiancante.

L’ESERCIZIO PERMANENTE DELLA PROFESSIONE DI AVVOCATO DA PARTE DI AVVOCATI CITTADINI DI UNO STATO MEMBRO DELL’UNIONE EUROPEA

Come noto, la legge professionale forense (Titolo II, art. 15, lett. i, della Legge n. 247/2012) prevede la possibilità di iscriversi, in un’apposita sezione speciale dell’Albo, dei c.d. “Avvocati Stabiliti”, ovvero di coloro i quali svolgono un esercizio permanente della professione di Avvocato, in uno Stato membro diverso da quello in cui é stata acquisita la qualifica professionale.

La disciplina di riferimento é il D.lgs 96/2001 che da attuazione della Direttiva 98/5/CE volta a facilitare l’esercizio permanente della professione di Avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui é stata acquisita la qualifica professionale.

 

La normativa nel rispetto dei principi comunitari della libera circolazione dei lavoratori e del diritto di stabilimento, vuole tutelare coloro che, avendo conseguito il titolo professionale in uno dei Paesi europei, decidano di svolgere la professione in altro Stato membro dell’Unione.

 

In territorio italiano, tale possibilitá-diritto è stato vissuto come un vero e proprio “fenomeno”, il cui flusso ha portato l’Italia ad un certo irrigidimento, che peró è stato “bilanciato”, infatti va rilevato che hanno subito dei margini piú ristretti, i rigetti delle domande di iscrizione nella Sezione Speciale dell’Albo degli Avocati dopo alcune rilevanti sentenze, tra cui ricordiamo: la sentenza n. 28340 del 22 dicembre 2011 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, il provvedimento del 23 aprile 2013 dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e la sentenza del 17 luglio 2014 della Corte di Giustizia Europea.

 

In questo articolo oggi vogliamo rammentare sinteticamente quali sono i limiti entro i quali un Avvocato “Stabilito”, iscritto nella relativa sezione speciale dell’Albo di un qualsiasi Ordine Forense italiano, può esercitare la professione forense in Italia.

 

Innanzitutto, l’Avvocato Stabilito non può in alcun modo spendere in Italia il titolo di “Avvocato“, ma esclusivamente quello conseguito nel Paese europeo d’origine (art. 4 e 7 del d.lgs. n. 96/2001): “Abogado“, nel caso di laurea omologata in Spagna, oppure “Avocat“, nel caso in cui la laurea sia stata omologata in Romania e cosí via (l’art. 2 del D.lgs 96/2001 fornisce la menzione specfica per ogni Stato dell’UE).

Va precisato che il titolo italiano non può essere speso nemmeno in forma abbreviata (per esempio, “Avv.”) e non può dunque essere utilizzato negli atti, nelle lettere, nella carta intestata e nell’indirizzo e-mail o pec (cfr. parere del C.N.F. n. 72 del 22 ottobre 2014); inoltre, la qualifica di “stabilito” deve essere chiaramente indicata, e non può essere limitata alla “sola” indicazione, dopo il titolo di avvocato, della lettera ‘S’ ovvero dell’abbreviazione “stab.”, trattandosi di segni che la gran parte del pubblico non ha strumenti conoscitivi per interpretare” (sentenza del C.N.F. n. 115 del 26 settembre 2014). Costituisce illecito disciplinare il comportamento dell’Abogado che, nella propria corrispondenza anche informativa, usi il titolo di “Avv. S.” o “Avv. Stab.”, anziché il titolo professionale nella lingua dello Stato membro di provenienza (art. 7 D.Lgs. n. 96/2001), in quanto si ritiene che così si ingeneri confusione con il titolo professionale dello Stato membro ospitante, nella specie aggravata dall’uso di un acronimo.

 

Nell’esercizio delle prestazioni giudiziali l’Avvocato Stabilito deve agire d’intesa con un professionista abilitato a esercitare la professione con il titolo di Avvocato, il quale assicura i rapporti con l’autorità adita o procedente e nei confronti della medesima è “garante” dell’osservanza dei doveri imposti dalle norme vigenti ai difensori. Potremmo definirlo impropriamente quasi come un supervisor che faccia da ponte con il sistema giuridico italiano.

 

L’intesa deve risultare da scrittura privata autenticata o da dichiarazione resa da entrambi al giudice adito o all’autorità procedente, anteriormente alla costituzione della parte rappresentata ovvero al primo atto di difesa dell’assistito (art. 8 del d.lgs. n. 96/2001).

 

Segnaliamo al riguardo alcuni pareri del C.N.F. (Consiglio Nazionale Forense), nello specifico i n. 32/2012,53/2013 e 68/2014, dove si chiarisce che “l’obbligo di esercitare la professione d’intesa con un Avvocato italiano implica che non vi possa essere un affiancamento in via generale a un Avvocato abilitato, ma che tale integrazione di poteri debba essere fornita per ogni singola procedura; di conseguenza, l’Avvocato ‘affiancante’ non può e non deve essere indicato con efficacia generale, ma in relazione alla singola controversia trattata“.

 

Per quanto riguarda l’Avvocato “affiancante“, con il quale lo “Stabilito” deve agire d’intesa, egli – come chiarito dal C.N.F. con il parere n. 9 del 28 marzo 2012 – “non è obbligato a presenziare, ovvero assistere alle udienze alle quali l’avvocato stabilito partecipa; si osserva tuttavia che l’intesa implica una forte responsabilità dell’avvocato italiano per quanto attiene al controllo dell’attività dell’avvocato stabilito, pur in assenza della condivisione del mandato difensivo“.

La ribalta della comunicazione reale

SOCIOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE, ATTI LINGUISTICI ED IDENTITA’ COLLETTIVA

Quando lavoriamo nel campo delle competenze comunicative, dovremmo ampliare la visione dei plurimi comportamenti da esercitare nel contesto sociale.

Creare un confronto può agevolarci nella comprensione dei nostri limiti e delle nostre potenzialità; un momento di imbarazzo durante una riunione, una mano che trema mentre la porgiamo possono sottolineare un bisogno di maggiore sicurezza nella nostra fase evolutiva.

Le nuove tecnologie però stanno modificando anche le nostre abitudini celebrali e questo a discapito di una cura necessaria e indispensabile verso il prossimo.

La comunicazione on-line non accetta dettagli e modalità gentili, piuttosto richiede assenza di formalismi o perdite di tempo.

Il linguaggio diviene asciutto e rapido rendendo complicata la costruzione di una relazione di qualsiasi natura.

La velocità con cui avviene lo scambio può essere vantaggiosa per alcuni versi, pensiamo alla creatività con cui si inviano foto, video e audio. Per molti altri aspetti, però, è riduttiva e algida, non prevede interazione, cioè non siamo proprio interessati a cosa l’altro percepisce e sente.

L’unica preoccupazione sta nel bisogno impellente di trasmettere, poco importa cosa ne coglie colui che legge.

Tutto il resto viene scartato divenendo un accessorio noioso.

Vi sarà capitato di osservare, in un luogo pubblico, qualcuno che guarda il suo cellulare quasi ipnotizzato; la voragine con la quale sfoglia le immagini e la rapidità di risposta a un sms.

Come si può conversare su qualcosa se non si ha il tempo di riflettere su quanto ci viene detto?

Lo stato di emergenza COVID-19 ha portato all’esasperazione, in parte, questo aspetto già compromesso da tempo.

Le persone si sono sentite legittimate di inviare centinaia di messaggi e di fare chiamate ininterrottamente, di guardare ossessivamente i social e tutto il mondo ad esso collegato. Se la comunicazione virtuale è una nostra invenzione, consideriamo profondamente urgente prendere coscienza che la si può utilizzare con altre modalità.

Divenire consapevoli dell’importanza dell’informazione che inviamo ci dovrebbe rendere più attenti a certe sfumature.

Siamo esseri umani ed abbiamo il dovere di “trattarci” come tali, allontaniamoci dalla fretta, dalla superficialità come esercizio costante e assiduo. Riflettiamo sul fatto che la nostra email verrà letta da una persona “reale”, che quella stessa persona potrebbe fraintendere un nostro messaggio whatsapp, se particolarmente sensibile.

E sempre quella persona potrebbe non capire quello di cui abbiamo bisogno, chiunque esso sia: capo, cliente, dipendente, collaboratore, amic@, fidanzat@ o vicin@ di casa.

La comunicazione è lo strumento per eccellenza che ci permette di edificare relazioni sane e gentili.

Per uscire da questo gioco di equivoci e per tornare ad assumere il comando del nostro mondo interiore dobbiamo esercitare il nostro ascolto, che deve essere ancora più raffinato quando l’altro è solo una piccola immagine sul cellulare.

Tornare a riassociare il soggetto con l’oggetto, assumere un codice comportamentale virtuale si ma decisamente etico.

Fare attenzione ad ogni parola, riflettere attentamente sulla richiesta, se ci viene fatta, e non avere urgenza di rispondere subito…a meno che non si tratti di vita o di morte!

Una disfunzione relazionale è una disfunzione personale, non possiamo più nasconderci questa verità.

Il nostro stile di vita parla di noi: vita sostenibile.

 

VITA ECO-FRIENDLY: SOLUZIONI GREEN PER SPIRITO, MENTE E CORPO, ESPRESSIONI COMUNICATIVE PRIMORDIALI “ECOLOGICHE

Lo stile di vita, le abitudini, gli atteggiamenti, la qualità dei pensieri sono tutti elementi che parlano di noi; prima delle parole che formuliamo ed addirittura prima ancora che possiamo pensarle, il nostro essere ed il nostro modo di essere (che sono due aspetti completamente distinti e differenti), comunicano direttamente con il nostro interlocutore, rivelando chi siamo e cosa vogliamo.

Alcuni elementi come quelli sopra elencati, ma anche lo stesso vestiario influenza direttamente noi stessi in primis, su come ci sentiamo, sul nostro stato d’animo e la percezione che gli altri hanno di noi.

E` un processo inconsapevole che avviene senza rendercene conto.

Le nostre abitudini definiscono (in parte) chi siamo, non dobbiamo dimenticare e/o sottovalutare che tutto ciò che ci riguarda diventa un mezzo importante per entrare in contatto con ciò che ci circonda: l’ambiente e le persone.

La comunicazione non verbale è un aspetto del comportamento umano che da sempre ha attirato l’attenzione e l’interesse di molti in diversi campi: scientifico, sociale, artistico, letterario, mediatico, commerciale, ecc. Il fatto che si possa comunicare anche senza parlare, affascina da sempre la nostra fantasia e curiosità. Non ci dimentichiamo che buona parte degli esseri viventi – soprattutto i vertebrati – utilizzano solo ed esclusivamente questo tipo di comunicazione. Peraltro, a livello evolutivo, lo stesso essere umano ha utilizzato solo segnali non verbali per comunicare con i suoi simili. Non solo, a livello di progresso, ciascuno di noi ha utilizzato per comunicare solo segnali corporei, sin dai primi mesi di vita, prima dell’apprendimento della lingua madre.

Oggi vogliamo parlare di sostenibilitá, quale espressione di un modo di essere e quindi come potente ed efficace strumento comunicativo, a beneficio di noi stessi, di chi ci circonda e dell’eco-sistema in generale.

Che cosa si intende per sostenibilità?

La sostenibilità è un concetto che va perseguito nel tempo, in maniera costante.

La situazione attuale, determinata da questo immobilismo momentaneo, porta la nostra riflessione su ciò che potrebbe essere veramente utile alla nostra società e soprattutto a noi stessi, per migliorare il nostro stile di vita.

Consideriamo questo aspetto come una forma di alta comunicazione, sebbene possa sembrare lontano dai soliti argomenti sviluppati in materia.

Lo sviluppo sostenibile soddisfa i bisogni del presente senza far pagare alcuno scotto alle generazioni successive, significa veicolare la crescita economica verso un modello circolare. Un sistema economico che non produce scarti e rifiuti, ma che invece riutilizza al meglio le risorse presenti, senza attingere ad altre nuove papabili.

Nello stile sostenibile viene incluso il rispetto dell’essere umano e la protezione dell’ambiente, quindi rispettivamente sono coinvolti l’aspetto sociale e quello ambientale. Alla luce di questa descrizione, cosa può fare ognuno di noi per accrescere questa nuova mentalità?

Il primo passo è l’adozione di uno stile di vita più CONSAPEVOLE, che riguarda certo il nostro benessere, ma anche e soprattutto quello dei nostri simili, della nostra Terra, di tutto ciò che ci circonda.

Vivere sostenibile è un impegno, vuol dire fare attenzione ad ogni piccolo gesto svolto durante la quotidianità, significa AMORE.

Un amore che non solo pervade la nostra natura per l’accettazione di ciò che siamo, ma che si espande a tutti coloro che popolano il pianeta.

La sostenibilità preclude una grande responsabilità, ogni persona può incidere notevolmente sul fare la differenza, in tal senso.

Per fare un esempio pratico, sarebbe doveroso da parte nostra, fare una spesa intelligente. Sono le piccole scelte di ogni giorno che cambiano tutto il contesto, infatti se noi comprassimo solo frutta e verdura di stagione, risparmieremmo molto e i nutrienti sarebbero più puri. I prodotti fuori stagione sono coltivati nelle serre, questo triplica i costi per il mantenimento e spesso provengono dall’estero.

Praticamente l’opposto dei cibi a km.0, che invece garantirebbero meno inquinamento, più freschezza e soprattutto andrebbero a sostenere produttori e agricoltori locali. In questi giorni di quarantena, quanti di noi si sono organizzati con le consegne a domicilio da parte di queste case agricole che, durante tutto l’anno, portano ortaggi e frutti di stagione, il sabato mattina?

Si scelgono i prodotti seguendo una lista fornita ed ecco risolto il problema del melone a marzo: non esiste!

Un altro esempio inerente è quello concerne detersivi e cosmetici come shampoo, sapone, creme; sappiamo con che tipo di sostanza stiamo inquinando la nostra acqua? Anche in questo caso, potremmo scegliere detersivi vegetali sfusi per risparmiare e per avere notevoli scorte che ad oggi avrebbero avuto una duplice utilità. Oppure useremmo creme che la nostra pelle ringrazia di assorbire, dove non c’è Nichel o sostanze dannose per i nostri delicati pori.

L’altra nota dolente è lo spreco alimentare, che raggiunge vette da capogiro; con questo intendiamo tutto ciò che dal nostro frigorifero finisce dritto nel secchio della spazzatura. Esistono molti modi per riciclare gli avanzi del cibo, in questo preciso momento potremmo nutrire persone che non ne hanno, per esempio, ognuno di noi sa dove sono queste persone nel proprio quartiere. Prepariamo un bel piatto di pasta da condividere, informiamoci, perché mentre noi guardiamo atterriti i telegiornali, altre persone si sono organizzate con le farmacie e le parrocchie.

Non da ultima ci viene in mente la raccolta differenziata, fatta con coscienza diventa un regalo per la comunità, o forse neanche ora abbiamo tempo per lavare i piatti? Senza considerare che il 70% della popolazione possiede una lavastoviglie, il piatto di carta rimane un prodotto un po’ attempato.

Cerchiamo di acquistare elettrodomestici a basso consumo, lasciamo le auto più spesso visto il piacere di questo ultimo mese, non ha avuto prezzo. Certo perché geograficamente deve attraversare la città diventa complicato, ma chi lavora in centro ha decine di mezzi e chi lavora a 3 km da casa ha delle gambe sicuramente attive e grate se semplicemente camminiamo.

Sembra un discorso idealistico ma molti paesi dell’Europa del Nord vivono già cosi, secondo un modello sostenibile. E seppure non siamo avvantaggiati per moltissimi motivi tecnici/politici/economici, il Paese siamo sempre NOI.

Le scelte riguardano tutti e quindi se nasce un problema non è degli altri, ma anche e soprattutto nostro. Non possiamo sintetizzare la straordinarietà di questo concetto ma possiamo cominciare a diffonderlo, a documentarci e poi lentamente ad adottarlo. L’emergenza delle ultime settimane potrebbe portarci ad avere più tempo con noi stessi, tempo prezioso da utilizzare per pensieri e parole sostenibili.

Sostenibilità come filosofia di vita, come quell’atteggiamento comportamentale che parla di noi, ci racconta a chi ci ascolta…ma soprattutto a chi ci osserva!

Quando la realtà diventa un incubo

 

REALTA’ ED INCUBO: MEDESIMO RACCONTO DEL NOSTRO ESSERE, ESPRESSIONE E LINGUAGGIO DEL CORPO E LA PSICHE.

Nella vasta gamma delle emozioni che fanno parte degli esseri umani c’è in prima posizione la paura, il sentimento che per eccellenza ci mette in guardia dai pericoli e ci spinge ad adottare delle precauzioni per la sopravvivenza. Quando ci sentiamo in pericolo azioniamo un ormone che si chiama “adrenalina” e che ci spinge a cambiamenti fisici e mentali per preparaci all’azione.

Se solo pensassimo ai nostri avi un momento, ci verrebbe in mente di quanto la paura fosse loro utile per fuggire da animali selvatici o per difendersi da altri esseri ostili.

Oggigiorno i pericoli son ben altri, fino a qualche settimana fa la paura era rivolta alla perdita del lavoro piuttosto che ad un cambiamento di vita, ora è nei confronti di un virus che non si può vedere ma che ci tiene costretti in casa per la sua rapida contagiosità.

Tuttavia il pensiero e le reazioni comportamentali rimangono le stesse dei nostri antenati, quella paura ci aiuta a stare in guardia, ma in questo contesto rischia di divenire un problema serio.

Se vissuta in maniera esagerata o fuori controllo, la paura può abbassare notevolmente la nostra lucidità e soprattutto il nostro sistema immunitario.

L’ostilità nei confronti del prossimo, l’esasperazione della fila al supermercato, l’aggressività espressa sui social nei confronti di terze persone, non allevierà il senso di impotenza che ci sta immobilizzando per cause maggiori. La paura è dunque naturale all’interno del nostro sistema umano, ma non quando diviene cronica o eccessiva.

Come possiamo accorgerci che stiamo andando oltre il limite sano di questa emozione?

Le sensazioni corporee, in questo caso, sono più fastidiose: tensioni muscolari, mal di testa, respiro affannoso e a volte debolezza e disturbi gastrointestinali che arrivano fino alla nausea.

A livello psicologico possiamo avere la capacità di aumentare le nostre qualità di problem-solver, ossia concentrarci sui vari aspetti del problema e affrontarli. Spesso però ci assalgono tensione e irritabilità e dalla possibilità di intervenire lucidamente passiamo a “catastrofizzare” ogni evento, come se non esistesse più nulla oltre quello.

Rischiamo cosi di focalizzarci esclusivamente su ciò che temiamo: ho un dolore al petto, questa sensazione è insopportabile; mi gira la testa; forse ho la febbre e cosi via. Ed è in questo modo che teniamo costantemente alto lo stress, aumentando disagio e preoccupazioni, ma soprattutto smettendo di vivere.

Se persiste questo comportamento interno saremo preda dell’ansia e quindi chi fuma aumenterà la quantità di sigarette, chi mangia in maniera disordinata peggiorerà la qualità del cibo, ecc..

Tutto ciò aumenterà una stanchezza cronica e attiverà un circolo vizioso.

Cosa possiamo fare per diminuire questo stato di paura?

La prima cosa che merita attenzione è l’analisi della situazione che stiamo vivendo e di conseguenza i pensieri automatici che si attivano e che ci portano a provare certe emozioni.

A questo punto mettiamo in discussione tutto ciò che pensiamo in automatico e poniamoci semplici domande:

  • Cosa temo?
  • Cosa mi genera paura esattamente?
  • Quale pericolo corriamo?

Sarebbe utile scrivere le risposte in modo da avere la possibilità di rileggere ciò che abbiamo affermato. Il passo successivo è: ACCETTAZIONE, abbiamo bisogno di accettare ciò che sta accadendo. Si tratta di qualcosa che si spinge oltre le nostre possibilità di azione, ciò che possiamo fare attivamente è rimanere lucidi, presenti, è occuparci di ciò che abbiamo trascurato fuori e dentro di noi, è chiamare qualcuno per dargli ascolto: perché è solo, più fragile, più anziano o più spaventato e non ce ne rendiamo conto.

Non vogliamo dire di nascondere quello che sta succedendo, ma di accoglierlo per ciò che è, e fare del nostro meglio per contribuire al benessere di ogni singola vita.

Restare a casa!

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Il potere della Parola

LA FORZA COMUNICATIVA DELLE PAROLE.

LA PAROLA PUO’: FERIRE, AMARE, MENTIRE, LUSINGARE, ESSERE VUOTA, MOTIVARE, SPRONARE, ABBATTERE, EMOZIONARE, SOSTENERE…

 

Quello che conta nella vita non sono le circostanze o gli episodi che ci accadono, ma le emozioni che trasmettiamo attraverso le parole.

 

La parola è dunque uno strumento e le emozioni “l’umanità” di ogni persona.

 

L’uomo attira a sé ciò che dice e ciò che pensa ma il più delle volte non ne è consapevole, non sa quindi che le parole sono come un esplosivo da maneggiare con cura e saggezza. Questo vuol dire che, imparando a sfruttarne la forza evocatrice, possiamo raggiungere qualsiasi obiettivo partendo proprio da loro, dalle parole.

 

Al contrario esse possono pesare come macigni e lasciare tracce indelebili se usate per avere ragione o spuntarla nelle situazioni che ci si presentano nei rapporti interpersonali. In una conversazione, la parola ha il potere di condizionare i sentimenti dell’interlocutore in maniera sana o insana, creando empatia o dolore e rancore. Per amplificare la nostra capacità discorsiva, dovremmo abituarci a termini con valore positivocome: opportunità, crescita, soluzione e cosi via.

 

Il pronome “noi” e l’aggettivo nostro evocano un senso di appartenenza mentre l’uso del presente trasmette un senso di realtà.

 

Sembrerà strano ma prima di pronunciare una parola bisognerebbe accoglierla, significa dunque porsi anzitutto come buon ascoltatore per creare un’atmosfera di empatia e accettazione. Le ipotesi e le supposizioni sono nemici di un dialogo autentico e aperto! Dietro ad ogni parola c’è quindi ben oltre che la semplice successione di suoni e segni che la compongono. Ognuna di esse, per essere significante, deve essere inserita in un contesto di cui si hanno ben chiari i confini.

 

Chi è forte di una ricca terminologia riesce ad esercitare maggiore potere, ad avere maggiori possibilità di successo, più efficaci possibilità di difesa.

 

La parola si presta a diventare strumento di persuasione ma anche di subordinazione nel veicolare azioni e idee e proprio per questo può rendere gli esseri umani profondamente diseguali.

Dato che, attraverso le parole spieghiamo noi stessi e il mondo (che impariamo a gestire per i nostri scopi) ancor più la parola deve contenere la presenza di una dimensione etica in chi la utilizza. Questo ultimo è il requisito indispensabile per un utilizzo in senso comunitario, quello più coerente al concetto stesso di comunicazione.

 

 

“Correre” di Marco Romagnoli

Martedì 17 Dicembre, presentazione del libro Correre di Marco Romagnoli.